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Ecovillaggio Tempo di Vivere

11 anni di Tempo di Vivere

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L'Ecovillaggio

Progetto dell'APS. La comunità intenzionale mette al centro l'obiettivo comune, l'individuo, le sue capacità e la sua crescita.
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APS

Un'associazione di promozione sociale finalizzata a promuovere stili di vita alternativi e sostenibili.
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Centro formativo esperienziale

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Semplice lo era, facile assolutamente no , infatti da quelle riunioni e da una convivenza di gruppo iniziata quasi un anno prima, raccogliemmo lacrime e cocci, l’ecovillaggio non si realizzò e quasi tutte le persone in seguito si persero di vista.


A distanza di anni trovo le affermazioni casuali di quel pomeriggio incredibilmente superficiali ma al contempo profondamente vere.
Davvero, oltre gli individui e le famiglie isolate (nelle campagne disabitate e nelle città), il contesto sociale di grandezza media più diffuso al mondo e che mi sembra auspicabile e realizzabile sono i villaggi: essi sembrano offrire a tutte le latitudini contesto, conforto, stimolo, crescita, sostegno e cooperazione per gli esseri umani di tutte le età.
I villaggi hanno una resistenza straordinaria, occorrono cataclismi, guerre e pestilenze per eroderli. Magari si spostano, si riformano con alcune differenze in altri luoghi.
Anche nelle città, nei quartieri e dentro i quartieri vi è qualcosa che rimanda ad un villaggio.
In Italia, in Europa abbiamo una infinità di piccoli paesi che sono lì da mille, duemila anni, forse anche più.
Già ad una prima osservazione essi sono villaggi del sangue e della memoria, in ognuno cognomi ricorrenti, le famiglie diffuse ed un pratica del luogo e modalità precise per viverci, persino talvolta un destino.
In ogni paese si scandisce un ritmo, proprio di quel paese, spesso visibile solo ad i suoi abitanti. Un forestiero che vada a vivere lì scoprirà il ritmo negli anni, forse in una vita intera. Le feste, le sagre, sono specifiche di ogni paese, ne esprimono e ne riperpetuano la storia e talvolta il suo atto fondante.

E già, perché qualcuno avrà pur cominciato. Prima una casa, forse due o tre, arriva qualcun altro, figli che crescono, nuove famiglie che si formano, altre case, una lenta costruzione del vivere insieme in un luogo, la costruzione collettiva del tempo, le tecniche e le regole per andare avanti, il dialetto che nasce nello spazio tra casa e casa.

Chi è cresciuto nelle grandi città o nei grandi paesi non coglie al volo l’essenza del villaggio: esso è propriamente una comunità. Le persone si conoscono benissimo, sono interdipendenti tutte per affetti, discendenza, lavoro, simpatia e vicinanza. Nei momenti felici di un villaggio le persone si comprendono, si aiutano, hanno bisogno l’uno dell’altro.
Comprendersi, aiutarsi, aver bisogno l’uno dell’altro.
In un villaggio esistente molto predispone a questo, non che sia idilliaco, ma si va avanti, pochi se ne vanno se non ne sono costretti, pochi sono mandati via dalla collettività.
I villaggi sono un insieme che armonizza in uno stile di vita specifico le esigenze e le vite degli individui in un modo che esse si armonizzino col tutto.
Villaggi e tribù sembrano essere la misura spontanea della socialità umana, inoltre sembrano avere anche una dimensione naturale, non troppo pochi, non troppi. Quando un paese cresce si formano naturalmente degli abitati più piccoli, le frazioni, che orbitano come satelliti minori al nucleo centrale.
Quindici anni fa, intorno a quella tavola rotonda di legno cercavamo ci comprenderci, non sapevamo come aiutarci, non sapevamo aver bisogno l’uno dell’altro. Eravamo già delle giovani famiglie che identicamente, al proprio interno cercavano di comprendersi, non sapevano come aiutarsi, non sapevano come rendersi propriamente l’uno all’altro.
Proprio come si dice, la vita è quello che avviene mentre si pensa ad altro . Già una famiglia che riesce anche così così è un microvillaggio di persone che si comprendono, si aiutano si danno l’uno all’altro.

Certamente molte famiglie e molte comunità non riescono, ma la non riuscita è sempre un fatto personale, chi va via, dovunque vada, quando ci riprova, ritrova i medesimi problemi. Ho l’impressione che quei problemi resistano perché ce li si porta dentro lungo il sentiero della nostra vita, in ogni nuovo tentativo difficoltà a comprendersi aiutarsi e a saper aver bisogno l’uno dell’altro.
Sembra esserci una economia precisa delle relazioni, una contabilità sotterranea del prendersi e del darsi.

Un’altra forma moderna delle relazioni umane è la rete, quasi un villaggio delocalizzato, una comunità inconsapevole. Reti per passioni, per interessi ed affinità, reti di affetti e conoscenze, reti karmiche, reti di legami e collegamenti che, a dispetto di tutto, resistono nel tempo. La famiglia, la comunità, il villaggio, la rete ideale però non esistono. Dappertutto, nel tempo, tensione, lacerazione, sofferenza, vari tipi di difficoltà e problemi.
Nelle relazioni umane, ad un periodo splendido, segue uno difficile.
Nella coppia, nella famiglia, nei gruppi. C’è una energia particolare che gira e sviscera le relazioni nel modo più incredibile. Questa energia può portare alla integrazione o alla disintegrazione.
Già dentro noi stessi, la nostra è la storia della nostra integrazione, la fusione di doti e lacune, capacità e caratteri, esperienze compiute e destini, ad esempio l’unione fra mente corpo anima, l’uomo tutto di un pezzo.
Vivendo come individui sappiamo quanto ciò sia complesso.

E’ complesso andare d’accordo con se stessi, figuriamoci in due o più. Nelle famiglie e nei gruppi le relazioni entrano spesso in crisi e questo succede perché i conti non tornano, si credeva di essere in 2 o in 12 ma si scopre che eravamo in 6 o in 24 (compresi talvolta ospiti indesiderabili) e non si era pensato a tutti….
Un solo individuo non integrato è una comunità affollata di identità diverse in sotterranea relazione e competizione tra loro.
Talvolta si forma un gruppo di dieci persone che auspica di allargarsi a trenta, dopo molti anni sono in 7 e già questo è un successo poiché forse hanno integrato 35 personalità diverse ed è stato così faticoso che non ci pensano più.

Siamo già tutti, al nostro interno, delle comunità inconsapevoli.

Talmente inconsapevoli che restiamo sorpresi quando scopriamo una parte di noi che pensavamo di non avere o non essere.

Siamo già tutti, come individui, delle comunità inconsapevoli.

Talmente inconsapevoli che restiamo sorpresi quando scopriamo nello sconosciuto dell’attimo prima, la nostra anima gemella.
Siamo già tutti, come membri di famiglia e comunità, in relazione profonda ed inconsapevole con tutte le altre e con la Terra di cui siamo parte, sorriso universale che si rispecchia.
Se integriamo le parti dentro di noi possiamo essere un individuo.
Se integriamo la nostra vita con un’altra abbiamo una relazione profonda.
Se la sappiamo condurre nel tempo saremo in realtà una famiglia.
Se anche solo parte di questa integrazione la sappiamo condurre con gli altri saremo gruppo o comunità.

Quello che fa la differenza è l’intenzionalità del nostro essere e agire, cioè la qualità integrativa del Qui ed Ora, che ricrea costantemente la realtà nelle sue magie.

I Villaggi sono in parte comunità inconsapevoli ed in parte comunità intenzionali: la vita comune è ricreata, giorno per giorno, attimo per attimo, con l’intenzione espressa e consapevole, la via dell’integrazione dell’azione verso la sua realizzazione.

Riconoscere che siamo noi stessi una comunità inconsapevole, che tutto il mondo è una comunità inconsapevole, è forse il primo passo per poter essere veramente intenzionali nella creazione-integrazione di una vita insieme.

Sinonimo di integrazione è amore.

Fonte : articolo di viverealtrimenti LINK - e su fiorigialli LINK

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