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Cronache dall'ecovillaggio

In comunità, l'altro è sempre specchio di sé

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Le giornate qui a Tempo Di Vivere si svolgono diversamente da quanto ero abituato fino a pochi mesi fa.

Nella mancanza di ritmi prestabiliti, di orari imposti da qualcuno “più in alto” e di compiti assegnati gerarchicamente, pure il tempo scorre diversamente e assume tutt’altro significato dalla concezione tradizionale con la quale ci rapportiamo ad esso.

Se dovessi scegliere una sola parola per definire questa nuova e particolare concezione della vita è: “auto responsabilizzazione”. Non siamo abituati a prenderci la responsabilità delle nostre scelte, delle nostre azioni… e delle nostre emozioni.

In questo contesto, è cambiato il modo con cui ho a che fare con me stesso.

Se il rapporto con me stesso è cambiato, quello con “gli altri” ha fatto altrettanto.

La spinta comunitaria

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Il nostro progetto è nato nel 2011 ma ha trovato un posto, in cui passare dalla teoria alla pratica, nel 2014 e da quel momento è iniziata veramente la nostra avventura.
Inutile dire che la nostra scelta ha attirato subito molto persone, che provano quella stessa spinta. Negli ultimi anni l’idea che questa possa essere la scelta giusta di cambiamento sta coinvolgendo ancor più persone. Tante sono le telefonate e le mail che ci arrivano con tante domande per comprendere meglio la nostra vita, la nostra esperienza e la nostra scelta. Ma con onestà è difficile in pochi minuti spiegare un processo che è durato anni e che ancora è attivo.
La sensazione che spesso le persone focalizzano questa scelta in particolare nel cambiamento di posto, di paesaggio. Passare da vivere in un appartamento in città ad una vita immersa nella natura. Sembra che la vista sia uno dei primi sensi a venir colpito. Poi l’udito che sente rumori diversi e spesso il silenzio… cosa molto rara in una città.

Il sabotaggio di solitudine e individualismo

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“Insieme non c'è niente che non possiamo fare”

raccontava Manitonquat, capo politico e spirituale della tribù nativa dei Wampanoag.

Parole, queste, tutt'altro che scontate.

Perché la solitudine, o meglio, la percezione di essere soli, serpeggia ovunque nella società umana. È una delle forme del nostro tempo, questa solitudine.

Ed è così, sembra, che ci scopriamo individualisti. Esseri individuali motivati dalla convinzione che il bello e il cattivo tempo del mondo dipendano da noi. Sentiamo di potercela fare da soli. Sentiamo di poter fare a meno dell'umanità che c'è intorno. Ci illudiamo. Rimuoviamo l'altro dai nostri progetti, dai nostri orizzonti: quel che realizziamo ha come unica destinazione noi stessi.

Intanto, sotto la crosta di questa credenza, qualcosa si muove.

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